Perchè la privacy di IO non c’entra nulla con Immuni

Da quando è arrivato il Covid-19 ed ha iniziato a condizionare le nostre vite, c’è da sottolineare come il livello tecnologico italiano sia stato messo implicitamente in discussione: neanche troppi mesi fa, ad esempio, ha fatto scalpore il down del sito dell’INPS, sommerso da richieste di incentivi che molti, purtroppo, non sono riusciti ad ottenere e non hanno visto. È la volta dell’app IO, promossa direttamente dal Governo e che in questo periodo sta facendo disperare molti italiani: non si riesce, a quanto pare, ad attivare il cashback di stato, che permetterebbe di ottenere il 10% di rimborso sulle spese fatte con carta di credito via POS.

Molti si sono lamentati sui social di questo aspetto: notavano infatti come ci sia stata una corsa da parte di molti italiani, virtualmente (e solo virtualmente, per fortuna) assembrati per cercare di collegare il proprio conto corrente IBAN e carta di credito per ottenere il rimborso (il primo arriverà a febbraio 2021, a quanto ne sappiamo). La stessa gente che non aveva voluto installare Immuni, dicono queste persone, non fanno più capricci perchè ci sono… soldi di mezzo, questa volta. E quindi la privacy delle persone varrebbe, secondo questa tesi – che non condivido, personalmente – circa 150€ all’anno. L’analisi dovrebbe pero’ essere meno superficiale di così, e cercheremo ora di capire perchè.

Prima di tutto, l’app IO è una cosa differente dall’app Immuni, che venne criticata soprattutto nella prima versione proposta, che prevedeva l’uso di bluetooth e GPS per monitorare, praticamente in tempo reale, tutti gli spostamenti di tutti gli italiani o di gran parte di essi. Mettere sullo stesso piano la libertà di movimento, un diritto che è chiaramente fondamentale e alla base di qualsiasi altro, con il fatto di cedere i nostri dati per avere una sorta di detassazione, è sbagliato e basta. Una detassazione – cashback che, di fatto, è un piccolo aiuto concreto per molti e, anche se magari non farà mai troppa differenza, non dovrebbe essere sottovalutato. Un cashback di Stato, così come è stato definito, che non andrebbe sottovalutato anche per via del forte clima di incertezza che affligge un po’ tutti. In secondo luogo è indispensabile fornire i nostri dati data la situazione eccezionale in cui ci troviamo, fermo restando che il cashback non vale per gli acquisti online e che, in questo caso, è semplicemente un modo per tracciare la legittimità delle richieste di cashback (altrimenti i furbi avrebbero la meglio sugli onesti che sono, questi ultimi, paradossalmente proprio quelli che si lamentano). E se lo stato va a monitorare quello che faccio sul mio conto non è violazione di privacy? Mi permetto di osservare che poteva farlo anche prima, come avviene ad esempio nei casi di potenziale evasione fiscale.

Il problema di chi, in buonafede, sostiene sarcasticamente la linea “adesso che ci sono i soldi di mezzo la privacy non vale più, eh?” può sembrare valida (e probabilmente lo sarebbe pure) se non fosse che tende a disumanizzare l’approccio, facendo passare l’idea che non viviamo in una società che preveda effettivamente dei diritti, ma solo ed esclusivamente dei doveri, o peggio che ognuno debba arrangiarsi, ognuno per sè e Dio per tutti, sopravvivendo anche a spese degli altri, secondo un’idea muscolare certamente non esattamente “socialista” nonchè approccio mentale che avrebbe, secondo me, fatto rabbrividire anche Hobbes in persona (homo homini lupus).

Se siamo qui a parlarne, del resto, è anche perchè i social anzichè favorire la discussione l’hanno brutalizzata e messa alla berlina, esattamente come avvenuto per certe gradazioni di femminismo che, come dicevamo giorni fa, tendono a far passare dalla parte del torto, usando uno stile di comunicazione troppo aggressivo o radicale, anche chi avrebbe tutte le ragioni di questo mondo. Se si vogliono reclamare diritti, forse, sarebbe il caso di abbandonare progressivamente certi atteggiamenti dettati dalla pancia e dal sarcasmo da social: e magari ripensare al fatto che se davvero vogliamo rinascere dopo questa pandemia, sarebbe il caso di farlo con un po’ di elasticità mentale.

Photo by Omid Armin on Unsplash