Vivere senza certezze: prigionieri del presente, nostro malgrado

Il tema della pandemia e del Covid-19 ha preso una parte rilevante della discussione pubblica, come ben sappiamo, con conseguenze non indifferenti per chiunque e con il rischio, in certi casi, che la soluzione fosse quasi peggiore del problema. In questo contesto, a mio avviso, il tema della previsione del futuro (cosa succederà nel mondo da qui a uno o due anni?) e, se vogliamo, anche quello della revisione del passato (cosa è stato sbagliato nella gestione della pandemia?) è un tema talmente scottante da essere ancora attuale. Per prevedere il futuro analizziamo il passato e facciamo deduzioni, ma è davvero giusto e corretto farlo?

Secondo un approccio “pop” quanto diffuso a certi tipi di analisi statistiche abbastanza basilari e “sbrigative”, ad esempio, studiando l’andamento di uno storico (un grafico che sale o scende, ad esempio) si può prevedere il “futuro”, nel senso immaginare come sarà l’andamento di quel grafico da oggi ai prossimi 6 mesi o 2 anni. Cosa peraltro sbagliata e inapplicabile in partenza, per certi versi, perchè il grafico è solo un grafico e va considerato il contesto, sempre e comunque, evitando di ricadere in paradossi statistici ingannevoli o false correlazioni fuorvianti.

La storia, si dice spesso, aiuta a leggere il presente, perchè – per un diffuso mantra o modo di dire che, a ben vedere, non ha neanche troppo di scientifico – se non la conosci adeguatamente sei condannato a ripetere gli stessi errori. L’incubo delle dittature totalitarie, ad esempio, è spesso l’esempio principe di chi pensa che la storia possa e debba essere in ogni caso magistra vitae, quale granitica certezza (anche frutto e conseguenza di una certa identità politica, in vari casi). Ma in nessun caso “abbiamo imparato la lezione”, e l’esempio delle dittature è forse tra i più emblematici visto che le stesse nascono e continuano ad esistere nel nostro intricatissimo mondo di oggi. L’unica vera quanto inquietante certezza, in effetti, sembra essere che viviamo completamente senza certezze, e per molti la pandemìa ha finito purtroppo per fungere da shock therapy e renderlo cosciente della cosa.

È scomodo, irritante e quasi scandaloso riconoscerlo – ma la politica, ad esempio, non ha quasi mai dato retta alla storia: se la storia deve insegnare qualcosa è anche necessario che dall’altra parte qualcuno abbia un minimo di desiderio di imparare (cosa che spesso manca). Certo, possiamo sviscerare fatti storici ed interrogarci sul perchè di scelte che sembravano e ci sembrano ancora assurde, illogiche o frutto di bias cognitivi dell’epoca: pero’ ce ne accorgiamo sempre dopo, quando è “troppo tardi” per cambiare il passato.

Accertare i fatti è gia difficile di suo e questo comporta la presenza di distorsioni cognitivi (come ad esempio quella del ricercatore, che fa il cosiddetto cherry picking selezionando aprioristicamente le ciliegie che supportano la propria tesi, ignorando le prove eventualmente contrarie o dubbie), le quali possono ingannarci, senza contare che il lavoro di chi definisce e scrive la storia è soggetto a continua acquisizione di nuovi fatti, potenziali faziosità, informazioni e altrettante smentite validate con il metodo scientifico.

Tra previsioni e profezie

Va a mio parere inquadrato il valore della storia: la storia, infatti, non aiuta a prevedere il futuro, ma ci permette di acquisire e fare esperienza. Possiamo trarre deduzioni più o meno sensate, del tipo i politici sono sempre e comunque disonesti oppure, per dire, l’umanità si riprende sempre dalle crisi, ma ciò non può nè deve bastare per consentirci di prendere decisioni sensate o accorte, nella vita come nella politica.

Il futuro del resto, è facile accorgersi di quanto sia zeppo di inimmaginabile, inconcepibile e “chi avrebbe mai pensato ad una pandemia mondiale”, come spesso si è sentito nelle nostre orecchie lacerate, e ancora sanguinanti (idealmente parlando, per fortuna) dalle notizie di centinaia di morti per una nuova malattia estremamente contagiosa. Il citatissimo scrittore di fantascienza Raymond Douglas Bradbury in un suo racconto “premonitore” immagina una “macchina per il parto” in un futuro anno 2000, così come gente che si muove in elicottero e non più in auto. Cosa non da poco, pero’, in quella storia non riesce ad immaginare nè l’esistenza dell’ecografia (per determinare il sesso del nascituro) nè il fatto che, contrariamente a quanto racconta, negli ospedali sia vietato fumare. Non tutto è prevedibile nè immaginabile, e questa è una lezione a mio parere importante da tenere a mente anche nella vita di ogni giorno, quando ci scontriamo con mille contraddizioni, incertezze e indecisioni. Facile, poi, forse troppo, dire quando le cose sono già successe che “doveva andare così“: questa pseudo-rassegnazione – dal sapore condizionato, peraltro, da una forma di pensiero magico – è fin troppo scontata, ed andrebbe annoverata tra le numerose distorsioni cognitive a cui siamo affetti.

E allora, a questo punto, alla luce di tutto questo come dovremo regolarci? Difficile rispondere, ma sono tante le discipline che possono aiutarci a farlo: combattere le forme di irrazionalità è solo un primo passo verso l’obiettivo, e soprattutto non andrebbe mai vissuto come pensiero occlusivo o “guerrafondaio”. Prendere contromisure per il futuro sulla base del passato è, per quanto suoni scontato scriverlo, sempre e comunque sbagliato: il passato non si ripete, la curva che cresce non è detto che continuerà a crescere (o viceversa), e noi siamo qui ogni giorno a vivere giornate dominate, piaccia o meno, dall’incertezza. Che potremmo provare, ad un certo punto, a farci piacere più del dovuto.

Articolo liberamente ispirato a La storia non ha certezze, di Alessandro Barbero – Photo by Etienne Girardet on Unsplash

Salvatore Capolupo

Ingegnere e consulente informatico, vivo e lavoro a Roma.

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