Il burnout demistificato: quando non ne possiamo più del lavoro

Burnout è una delle parole più utilizzate (e spesso abusate) degli ultimi tempi, ma riesce a risultare comune ad ambiti diversissimi tra di loro: di fatto chi lavora presso una multinazionale come chi (ad esempio) fa l’influencer su Instagram sembra accomunato dalla comunissima sindrome in questione.

Definizione. Burn out” è un termine di origine inglese che significa “bruciato”, nel senso di “esaurito”. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), il burnout è una sindrome derivante da stress cronico associato al contesto lavorativo, che non riesce ad essere ben gestito. (fonte)

Da sempre studiato nella psicologia clinica come in quella sociale, il problema del burnout viene avvertito in diversi contesti ed è stato formalizzato e spiegato in diversi modi. Quello che è certo è che l’attualità lo ha portato sempre più in primo piano, fin dai primi anni della pandemia in cui è emerso il suo ruolo disturbante per la società. Fino a diventare, di fatto, una parola chiave fondamentale per l’epoca in cui viviamo, incapace di assegnare le giuste priorità ed in grado di formalizzare il problema per l’ingegnere di successo come per l’operaio addetto alla logistica su Amazon.

La pandemia, ovviamente, ha avuto molto a che fare con la ritrovata popolarità del termine burnout. Il Covid ha portato in sè, oltre ad un problema sanitario di dimensioni mai visti in precedenza, una parallela epidemia di esaurimento fisico e mentale dei lavoratori nei vari ambiti. Lo stress e la dislocazione sociale derivante da un’emergenza sanitaria pubblica mal gestita e apparentemente interminabile hanno contribuito a rendere intollerabile il clima generale; di fatto, pero’, l’onnipresenza del burnout nei vari ambiti può difficilmente essere spiegata solo mediante il Covid. Lo stress cronico sul lavoro ha chiaramente avuto un picco di intensità nell’ambito specifico degli operatori sanitari, ovviamente, ma non si è fermato solo lì: si è esasperato in ambiti differenti e in modi imprevedibili, quale forma di potenziale depressione tra i lavoratori così come, significativamente, come segnale di disillusione nei confronti delle convenzioni lavorative che diamo per scontate e che, forse, tanto scontate non sono.

Se non ne puoi più dei ritmi lavorativi, devi fare pace con questa idea e percepire nuove possibilità: la società moderna finisce spesso per suggerirti che potresti cambiare lavoro, provare a chiedere più soldi al tuo datore di lavoro, farti ridurre le ore di lavoro (al contrario), vivere il lavoro come una necessità e non come una missione o un culto da perseguire. Tutte idee che richiedono una maturità che non tutti, ovviamente, possono avere da un giorno all’altro, e che dovrebbero maturare progressivamente coltivando l’idea come esseri umani.

Grazie ad autori come Jonathan Malesic (The End of Burnout) è emersa una forma di critica sostanziale nei confronti del termine burnout, che alcuni analisti (come spesso accade in questi casi) hanno finito per ribaltare in termini di significato, proponendolo come ideale “eroico” seguito dal lavoratore medio USA. L’ideale del lavoro costante, qualsiasi cosa accada, è soltanto una parte impersonale e faziosa del problema, e non considera l’impatto psicologico devastante che questo problema tende a rappresentare per i più. Tanto più che agisce a vari livelli, senza distinzioni di classe sociale e di stipendio percepito, esattamente come farebbe un virus biologico e implicando squilibri sociali e personali che in molti casi vengono sottovalutati.

Sarebbe ora, di fatto, che il burnout venisse demistificato e affrontato in maniera sostanziale, vivendolo in maniera serena e non come uno stigma sociale oppure, all’inverso, come un problema di poco o nessun conto, addirittura parte della cultura consumistica e capitalistica che viviamo.