Um & Mitaq

UM & Mitaq Engineering è una PMI operante nel campo della meccanica di precisione, per progettazione e costruzione di componenti, macchine e prototipi su misura. Il nostro target è orientato su prodotti di alta qualità, dove è richiesta precisione esecutiva e cura nei dettagli. Il campo d’azione è legato all’industria in genere, passando dal settore automobilistico, all’alimentare, al farmaceutico, automazione e ricerca applicata a nuove tecnologie.

UM & Mitaq è concepita per essere il partner ideale di aziende medio grandi, aventi la necessità di sviluppare e sperimentare meccaniche speciali, con elevata precisione e tempi brevi, basandosi sulla formula della collaborazione esterna, sia per la progettazione, sia per la costruzione e l’assemblaggio (Full Service).

La struttura aziendale è basata principalmente su due aree operative, un ufficio tecnico, equivalente ad uno studio di ingegneria, ed un reparto produttivo, equivalente ad un’officina meccanica di precisione, dotata di macchine utensili e laboratorio di assemblaggio.

Si tratta di due aree distinte e indipendenti ma organizzate e dimensionate per cooperare nelle commesse Full Service, secondo i criteri del “Lean Management”, divenendo per il Cliente l’equivalente di un proprio agile reparto interno.

Questo è il nostro aspetto peculiare, particolarmente gradito dai Clienti che ne hanno già apprezzato i notevoli vantaggi.

UM & Mitaq Engineering S.r.l.
Montegrotto Terme (Padova) Italy
Viale dell’Artigianato Vicolo II, 11 CAP 35036

Attrezzatura per il recupero di VHS in digitale (DVD)

Filmini amatoriali anni ’80 di ogni genere, vecchie videocassette di film introvabili o mai ristampati in DVD, registrazioni televisive irreperibili da Youtube: questo ed altro, alla fine, il materiale custodito nelle nostre vecchie VHS. Il rischio è quello di perdere per sempre questo materiale, per cui: perchè non attrezzarsi a dovere per recuperarlo?
In questo articolo cercherò di spiegare nel dettaglio cosa mi sono procurato, ed ho predisposto in una stanza di casa mia, per convertire le mie vecchie VHS in formato digitale.

Premesse

Per chi non lo sapesse, esistono due opzioni per il recupero di vecchie VHS, cioè  per poterle facilmente riversare da nastro a digitale (da VHS a file .avi o .mov o DVD video): il primo consiste nello sfruttare il videoregistratore che molti di noi possiedono ancora, magari inutilizzato da anni, e collegarlo mediante scheda di acquisizione video (ad esempio questa) ad un computer, possibilmente con Windows e con hard disk abbastanza capiente, dedicato unicamente al recupero dei nastri.
Questo metodo è certamente il più popolare, anche perchè le schede di acquisizione costano poco ed offrono prestazioni più che accettabili. Il problema, in questo caso, può sorgere dal fatto che i file video grezzi, specie se non compressi, tendono ad occupare molto spazio (nonostante lo standard VHS abbia una risoluzione piuttosto bassa, rapportata agli standard odierni 4K o Super HD).

La seconda opzione, leggermente più costosa ma – a mio modo di vedere – molto più efficace e pratica, è quella di procurarsi un videoregistratore combo VHS / DVD, uno dei tanti modelli che il mercato continua ad offrire. Purtroppo, in molti casi, trattandosi di vintage il prezzo è spropositato (si arriva anche alle 400 euro spese di spedizione escluse), ma con un po’ di pazienza – e rivolgendosi ai posti giusti – sarà possibile anche per voi trovarne uno a 150-200 euro al massimo. Parlerò di quest’ultima opzione da ora in poi, dato che possiedo una scheda di acquisizione piuttosto vecchia e non credo abbia senso spendere troppe parole per un dispositivo che poteva andare bene fino a 10-12 anni fa (era la mitica EasyCap, per la cronaca).

Cosa ci servirà

Le cose che useremo per recuperare i nostri vecchi nastri, facendoli girare per l’ultima volta, sono quattro:

  1. una TV con collegamento scart;
  2. un videoregistratore combo DVD /VHS;
  3. i telecomandi di entrambi, se possibile;
  4. un cavo scart per collegare la TV al combo.

Si tratta di cose che probabilmente avrete già in casa, a parte ovviamente il punto 2 che dovrete invece procurarvi a parte (consiglio: andate su Ebay). Potrete poi integrare facilmente l’attrezzatura mancante (TV, cavi, ecc.) cercando invece su Amazon.

Videoregistratore Sony per convertire DVD in VHS (e viceversa)

La scelta del modello è piuttosto importante, considerando che molti combo e/o videoregistratori DVD sono spesso fuori produzione, o peggio sono venduti come “rarità” a prezzi esorbitanti. Per fortuna c’è una scelta davvero enorme, su varie marche differenti e con caratteristiche decisamente variabili. Ad esempio: il costo è molto variabile, l’usato non sempre è sicuro, non tutti i modelli hanno un menù utente davvero intuitivo, quasi tutti richiedono il telecomando originale per funzionare, nessuno di quelli che ho visionato – inoltre – riescono a copiare DVD o VHS protette da copia.
Quello  che mi sono procurato, ad esempio, è il modello RDR-VX450 della Sony, secondo me uno dei migliori come caratteristiche e praticità d’uso per l’utente, che dovreste riuscire a trovare agevolmente su Ebay per un centinaio di euro (o giù di lì). Sono riuscito ad utilizzarlo dopo aver sfogliato il manuale di istruzioni per una mezza giornata, e devo dire che mi pare un prodotto davvero interessante ed alla portata di tutti. Il modello che possiedo è di seconda mano (Ebay), ma finora ha sempre lavorato in maniera eccellente e mi ha permesso di convertire decine di VHS senza problemi.
Tenete conto, se vi procurate questo, che Sony non sembra più offrire assistenza ufficiale su questo modello (tradotto: se avrete problemi, dovrete risolverveli da soli), ma anche in base alla recensioni che ho confrontato prima dell’acquisto si tratta di uno dei modelli più facili da usare, più pratici e più intuitivi. Le istruzioni dettagliate (fatte piuttosto bene, devo dire: oltre 140 pagine di manuale) le trovate a questo indirizzo ufficiale, casomai vi servissero, in formato PDF.

Problema delle VHS senza audio

Al momento dell’acquisizione del video da VHS, avevo notato un problema particolare: in alcuni casi, specie per delle mie vecchie VHS amatoriali, l’audio all’inizio della riproduzione si sentiva ma, ad un certo punto, spariva del tutto, o si sentiva in maniera decisamente disturbata. Per ovviare ad questo problema, che su alcune videocassette (probabilmente per banale usura) era veramente problematico, ho affiancato al DVD combo della Sony il mio vecchio videoregistratore Samsung, fortunatamente ancora funzionante. Questo non è davvero necessario per chiunque, credo, ma si tratta di una possibilità ulteriore per avere maggiori speranze nel recuperare i nostri preziosi nastri. Per la cronaca non ho ancora capito perchè questo problema si presentasse solo su alcuni tipi di nastri, e credo possa dipendere anche dal tipo di testine dei due videorecorder.
Quello che ho fatto, quindi, è stato collegare via un cavo audio / video (quello giallo, bianco e rosso che potete vedere in foto, detto cavo composito) l’uscita del Samsung all’ingresso del Sony.
In questo modo, avrò due possibilità di acquisizione video:
  1. la prima, classica, mediante il Sony in una delle sue classiche modalità (esiste un bottone sul davanti dal nome “One-touch dubbing” che avvia la conversione da VHS a DVD con la sua semplice pressione);
  2. la seconda, ibrida, che utilizzo qualora con il metodo uno non si senta l’audio, visto che probabilmente le testine del Samsung permettono di leggere meglio alcuni tipi di audio in VHS.

Nella foto iniziale, il Samsung è quello grigio sistemato in alto, mentre di sotto (quello sul nero) potete vedere il combo della Sony che ho comprato da qualche mese (il telecomando ho dovuto procurarlo a parte perchè il venditore non lo procurava).

Come riparare il nastro di una VHS

Questo tutorial mostra la procedura più semplice che ci possa essere per riparare il nastro spezzato di una videocassetta; come è possibile vedere dal video, prima di tutto vanno tolte le cinque viti che tengono chiusa la carcassa di plastica, sfruttando tipicamente un cacciavite a stella. Prima di mettere mano sul nastro suggerisco di indossare dei guanti in lattice della giusta misura delle proprie mani, in modo da non macchiare il nastro col grasso delle mano e mantenere una buona manualità sul tutto.

Poi bisogna sollevare le due parti della cassetta, liberandola così dall’involucro esterno e mostrando le due bobine di nastro spezzato. a questo punto bisogna tagliare la parte di nastro spezzata, da un lato e dall’altro (se sgualcita o rovinata conviene sempre toglierla). Ci restano due porzioni di nastro da unire mediante il classico nastro adesivo trasparante, ed è interessante vedere cosa suggerisce il tutorial: si sovrappongono le due sezioni di nastro per qualche centimetro, e si taglia nuovamente entrambre in diagonale. A questo punto si prende la prima parte del nastro, e si fa aderire lo scotch da un lato.

Per tenere ferma la seconda parte di nastro, una volta fissata la prima al tavolo col nastro adesivo, si può bagnare leggermente il nastro stesso con acqua o saliva, in modo da tenere ferma la parte in modo che non “scappi” via. Si fa aderire la prima parte con la seconda, possibilmente dal lato opposto al precedente e facendo in modo di far coincidere il taglio diagonale. Anche esteticamente il nastro tornerà ad essere perfetto. Tagliate via il nastro adesivo in eccesso (cercando di non creare spazio che dia fastidio allo scorrimento), ed evitate soprattutto, applicandolo, di formare delle bolle d’aria.

Quando rimontate il nastro così riparato, ricordatevi di farlo passare nelle apposite guide (che possono variare leggermente a seconda della marca della VHS), rimontate le viti e la VHS sarà pronta ad essere nuovamente vista.

Ecco il video che illustra la procedura nel dettaglio.

Cosa sono le VHS?

Le VHS o videocassette sono stati uno dei supporti audio-video maggiormente utilizzati negli anni 80 e 90: contengono un nastro magnetico per memorizzare il segnale e sono poste all’interno di una carcassa di plastica con numerose parti meccaniche, atte a facilitarne lo scorrimento.
Utilizzate sia per film (ancora oggi, ad esempio su Ebay, si trovano numerose videocassette di film o concerti d’epoca) che per il classico filmino amatoriale, le VHS (acronimo di Video Home System) sono parte della storia di molti di noi. In seguito sono state rimpiazzate dai DVD e, in tempi ancora più recenti, dai video in formato digitale da scaricare o copiare direttamente, che rappresentano l’ultimissima generazione.
Di fatto, per usufruire delle vecchie VHS è indispensabile procurarsi un videoregistratore (ancora oggi se ne trovano in commercio), oppure pensare di convertire le VHS in formato DVD oppure in file MP4, MOV, AVI… sfruttando due metodi di base:
  1. il primo basato sull’acquisto di una scheda di acquisizione video, da collegare al videoregistratore in modo da registrare con appositi programmi (per Windows, Mac e Linux) il video e l’audio della VHS;
  2. il secondo, ancora più semplice, consiste nell’acquisto di un videoregistratore DVD “combo”, quelli che permettono di inserire una videocassetta e registrarla su DVD, tutto in un unico comodissimo sistema integrato.

Se vuoi scoprire come riparare una videocassetta segui la guida riportata su questo blog.

VHS rip – Guida alla scelta del dispositivo migliore (videoregistratore DVD, combo, VHS, schede di acquisizione)

Questa è una guida dedicata al processo di conversione di nastri VHS in digitale, denominata spesso rip o ripping di VHS; il motivo per cui si desidera farlo è molto semplice. In molti casi i nostri vecchi filmati non sono disponibili su videoregistratori sempre più datati e difficili da reperire sul mercato, senza contare che moltissimi film sono disponibili solo in VHS senza mai essere stati messi sui market digitali o in DVD. Recuperarli è quindi un’operazione senza dubbio nobile, e da non sottovalutare in nessun caso; in linea di massima infatti il tempo di vita di una VHS comprata negli anni 80 o 90 non è garantito, per cui prima la conversione si fa, meglio è. Ad ogni modo questa eventualità, che poi si traduce in un nastro spezzato o bloccato, può essere affrontata con alcune tecniche specifiche, e ne parleremo più avanti in questa guida.

Come scegliere un buon videoregistratore (VCR) nel 2018

VCR di base

Nell’ambito del recupero delle VHS la scelta di un buon videoregistratore è fondamentale: non è semplicissimo trovarne uno in buone condizioni ad oggi, anche perchè i modelli migliori sono andati spesso fuori produzione, dopo essere stati introdotti storicamente nel 1985. Per fortuna c’è pure un discreto mercato dell’usato ma, come spesso accade, bisogna anche avere un po’ di fortuna per trovare il modello corretto.

I migliori VCR hanno come minimo un attacco RCA per audio e video, si possono collegare ad un impianto stereo domestico per fruire dell’audio nella migliore qualità possibile, mentre i migliori modelli erano spesso di marca Philips, JVC e Panasonic, per cui vi rimando direttamente ad Ebay ed ai siti web di annunci, oppure al limite qualche negozio specializzato della vostra zona (quei pochissimi che sopravvivono ad oggi). In genere, comunque, i modelli troppo basici non vanno bene per il recupero delle VHS, anche perchè in genere passare video e audio via RCA – cosiddetto video “a componenti” – ad un computer che registri il segnale non è agevole, e richiede l’acquisto di una scheda di acquisizione USB esterna per il vostro computer.

I videoregistratori un po’ più moderni offrono oltre al classico RCA anche un attacco esterno con un singolo RCA (video composito) oppure S-Video, il che permette di acquisire video e audio in modo molto più efficente e con una qualità leggermente migliore. Tenete conto che le VHS, comunque, possiedono una discreta varietà di risoluzioni audio e video supportate, e questo potrebbe riflettersi anche a livello di qualità finale ottenibile.

Per quanto riguarda i modelli professionali con S-Video, i migliori modelli rimangono Panasonic e JVC, con prezzi variabili dalle 200 alle 600 euro circa. Se scelti con cura e se ancora in buone condizioni, possono essere un buon compromesso per recuperare tutte le vostre videocassette.

Multi-System

Se ad esempio comprate videocassette da Ebay (ad esempio dalla Francia), non è detto che riusciate a leggerle correttamente: anche il VHS possiede formati proprietari non standard. In genere i lettori europei sono in grado di leggere NTSC (USA) e PAL (Europa), ma ci sono anche moltissime videocassette in formato SECAM (nata in Francia). In teoria, quindi, uno dovrebbe avere un diverso VCR per ogni tipo che desidera supportare, o almeno dovrebbe trovarne uno in grado di leggerli tutti.

Combo VCR / DVD

Sono tra le alternative più usate a livello di recupero dei vecchi nastri, e sono senza dubbio molto comodi perchè permettono sia di registrare le VHS in DVD, che di fare l’inverso. Il modello che mi sono procurato della RDR VX 450 della Sony, ad esempio, che ad oggi dopo quasi un anno dall’acquisto rimane un acquisto sensato e convincente, con il quale sono riuscito a convertire in DVD oltre un centinaio di videocassette con successo. Gli esperti tendono a sconsigliare i combo, in generale, poichè sostengono essere assemblati con materiali di scarsa qualità, e disporre di pochissime opzioni; secondo me invece il modello succitato è ottimo, è facile da usare, dispone di tante opportunità, registra sia DVD +R che DVD -R e non vedo perchè non farne uso, in sostanza. Il vero problema rimane uno: riuscire a reperirne uno di qualità. La maggioranza dei modelli combo che trovate in circolazione sono di fabbricazione cinese e questo, con tutto il rispetto possibile, non è una buona scelta in termini qualitativi. Se invece andate su un buon Panasonic oppure un Sony, diciamo che in generale la scelta ripaga nel tempo, sempre che siate disposti a spendere fino a 400-500 euro (se vi va bene, anche con circa la metà dovreste riuscire a cavarvela).

Il problema basico di questi combo, comunque, oltre alla loro scarsa reperibilità (risolvibile provando a chiedere a qualche vecchio negozio di riparazioni oppure a qualche mercatino dell’usato) è legato al numero di opzioni di cui dispongono, ed al fatto che non permettono di fare molto post-processing del video convertito. C’è anche un problema legato al fatto che questi modelli non riescono ad aggirare le protezioni anticopia (che, pochi sanno, erano già presenti dai tempi delle VHS): per cui in questo contesto direi che bisogna vagliare con grande attenzione vari tipi di opportunità, fermo restando le marche succitate e le caratteristiche desiderabili (più opzioni programmabili hanno meglio è, in genere, e questo si può valutare a spanne anche dal numero di tasti sul telecomando).

Il numero di testine

Ci sono modelli a 4, 6, 8 testine, ma cosa cambia nel concreto? In genere per i video fino a due ore si usavano fino a due testine massimo, ma con l’arrivo delle VHS a 4 ore di durata fu necessario introdurne il doppio. Al di là di questo, in genere più testine ci sono meglio è possibile e pratico effettuare fermo immagine di qualità e slow motion vari ed eventuali. Ma davvero servono per l’utente comune? Esistono anche modelli con tecnologia Flying Erase Head che sono pensati proprio per l’editing video viaVHS, una cosa molto diffusa negli studi TV anni 80 e 90 fino all’avvento del digitale.

Tracking e testine autopulenti

Una caratteristica molto importante per un buon VCR utilizzato al fine di convertire le VHS in video digitale è legato indubbiamente al tracking, che può essere in generale manuale o automatico (sulla maggioranza dei modelli è automatico). Anche i modelli con testine autopulenti sono ideali per recuperare e visionare facilmente nastri vecchiotti o non in buonissime condizioni.

Consigli per l’acquisto del videoregistratore

In genere se avete uno spirito vintage ed avete voglia o tempo da dedicare alle care vecchie VHS, sia a scopo di visione che di semplice conversione, andate a fare un giro sui seguenti siti:

  • Ebay
  • Subito.it
  • Kijiji
  • Annunci su Facebook

oppure rivolgetevi ad un negozio dell’usato (spesso hanno buoni videoregistratori funzionanti), ad un vecchio negozio di elettronica o da chi riparava TV. In ogni caso, ovviamente, fate molta attenzione a quello che comprate e se possibile controllate che siano funzionanti prima di acquistarli – o fatevi mandare un video.

In definitiva per convertire VHS in DVD a voi serve una delle seguenti alternative:

  1. un buon videoregistratore di marca (JVC, Philips, Sony, … evitando cinesi e sottomarche) da collegare ad un registratore di DVD, da collegare tra loro via RCA.
  2. un buon combo DVD / VHS già integrato, su cui trovate molti modelli su cui potervi orientare: Sony Multi RDR-HXD890(con cui registrate direttamente su un hard disk integrato), RDR VX 450 della Sony e così via.

In genere evitate sottomarche, non andate al risparmio e soprattutto evitate di acquistare le schede di acquisizione audio/video o i grabber integrati, perchè di solito:

  • non sono compatibili con tutti i computer
  • sono difficili da impostare
  • sono lenti
  • presentano un sacco di imprevisti
  • richiedono un hard disk molto capiente

Per i pagamenti, meglio utilizzare sempre bonifico o Paypal, ed evitare di inviare soldi in contanti in una busta, di pagare con PostePay e simili perchè sono molto difficili da rimborsare in caso di truffe o problemi di vario genere. Per saperne di più sui pagamenti online date uno sguardo all’articolo che ho scritto sui suggerimenti per gli acquisti online, visto che molte accortezze valgono anche per l’acquisto online del vostro nuovo videoregistratore.

Cos’è il bitcoin e come si può usare

Se siete appassionati anche un minimo di tecnologia, vi sarà senza dubbio capitato di sentire la parola bitcoin almeno una volta nella vita: sapete di che si tratta? In questo articolo cercheremo di darvi un po’ di indicazioni utili in merito, utilizzando un linguaggio semplice che aiuti un po’ tutti a capire meglio. Bitcoin è la moneta del futuro, questo è poco ma sicuro, ma non è ancora chiaro – per vari motivi – quando riuscirà ad imporsi nel mondo reale.

Introduzione

Quando si parla di bitcoin in generale si fa riferimento a vari tipi di criptovalute; dovete immaginare una criptovaluta esattamente come una moneta o banconota tipo dollari o euro, con l’unica differenza che non viene emessa da una banca centrale – come avviene per yen, euro o dollari – bensì viene prodotta via computer mediante un processo detto mining. Bitcoin (scritto con la lettera maiuscola) farà quindi riferimento alla criptovaluta inventata da Satoshi Nakamoto nel 2009, mentre bitcoin (scritto con la “b” minuscola) farà riferimento a tutte le criptovalute indifferentemente.

In genere non tutte le criptovalute sono affidabili: solo alcune lo sono, e tutto dipende dal loro valore di mercato, dall’affidabilità di chi le ha create e dalle potenzialità che offrono.

Cosa puoi fare con bitcoin

Se bitcoin è in generale una moneta, significa che è possibile pagare mediante essa; ed in questo frangente vengono fuori diversi tipi di considerazioni da fare. Anzitutto il cambio valuta: se oggi compro 1 BTC da un sito che ne vende – i cosiddetti exchange di criptovalute – oppure me ne procuro un po’ da qualche conoscente che me li regala o me li vende a sua volta, domani il cambio EUR/BTC potrebbe essere differente da oggi – in positivo per l’EUR (rivalutazione) o in negativo (svalutazione): per cui la criptovaluta, seppur nata come strumento di indipendenza monetaria per pagare su internet, diventa un vero e proprio strumento di speculazione – ed è questo, per inciso, il motivo principale per cui c’è tanto interesse attorno ad essa. La valutazione del BTC rispetto alle valute cosiddette fiat (monete tradizionali, a corso legale) è oggetto di numerose analisi e osservazioni da parte degli addetti ai lavori, ed è considerato un prodotto finanziario rischioso e privo di garanzie proprio perchè oggetto di pura domanda-offerta.

I pagamenti in bitcoin sono in genere anonimizzati, anche se in realtà non sono completamente anonimi come scrivono molti; le transazioni infatti sono pubbliche e tracciabili, e questo perchè diversamente non avremmo garanzie di autenticazione della moneta e garanzie di non falsificabilità. Bitcoin viene indicato in sigla con le tre lettere BTC o XBT, e possiede un cambio valuta vero e proprio rispetto a tutte le altre monete: ad esempio al momento della scrittura di questo articolo 1 BTC equivale a 5291 EUR.

Cosa ti serve per usare bitcoin: il wallet

I bitcoin sono soltanto dei file e non hanno corrispondente fisico. Per poter entrare nel mercato delle criptovalute, pertanto, ti servirà anzitutto un bel portafoglio, detto anche wallet, che può essere di diversi tipi equivalenti tra loro:

  • un portafoglio hardware, cioè un pennino in cui salverai le tue preziose criptomonete e potrai utilizzarle per comprare e vendere;
  • un portafoglio cloud, come ad esempio quello offerto da servizi come Coinbase (clicca qui per saperne di più);
  • un portafoglio installato come app sul tuo smartphone (consigliato) oppure su PC, come ad esempio Electrum.

Una volta ottenuto il tuo wallet, potrai farne uso con diverse modalità; ad esempio, per pagare una fattura per cui sia abilitato un pagamento in bitcoin basta inquadrare il QR-code che ti daranno, ed il wallet funzionerà più o meno come una carta ricaricabile prepagata.

 

10 criteri per creare un sito web perfetto per gli utenti

Come creare il sito perfetto e su misura per i nostri visitatori? Non tutti conoscono adeguatamente i criteri che regolano il funzionamento del web, per cui è necessario (e credo sia utile) fare un po’ di chiarezza in merito. In genere, infatti, se i vari esperti di comunicazione sul web latitano dal punto di vista tecnico, e viceversa i tecnici adottano un modo di lavorare un po’ troppo freddo ed impersonale (in molti casi), le regole da seguire in termini di usabilità e UX sono universali, ed andrebbero adottate con convinzione soprattutto nel caso di restyling del sito.

Testare bene il sito prima di metterlo online

In genere i siti lanciati in produzione, cioè messi online, non vengono testati affatto: purtroppo è una prassi per le varie agenzie di comunicazione, che tendono a lanciare siti web senza aver fatto la doverosa fase di test, tipica dello sviluppo di qualsiasi software e da loro bellamente ignorata o considerata troppo difficile o superflua. Testare un sito significa mettersi nei panni del visitatore, acccertarsi anzitutto che le pagine non diano errore, ma non solo: bisogna testare che la ricerca funzioni in più casi, facendo in modo che sia funzionante

È inoltre opportuno testare il sito su almeno 2 o 3 dispositivi diversi, in modo da evidenziare eventuali problemi o difficoltà di accesso su device specifici.

Accortezze per la navigazione

Gli esperti di UX sanno che le persone che riscontrano difficoltà nel navigare il nostro sito difficilmente ci torneranno, difficilmente diventeranno nostri clienti o (a seconda del modello di business adottato dal sito) faranno click sui nostri annunci. Ma cosa significa realizzare un modello di navigazione nel sito che sia chiaro, semplice e consistente? Le regole della UX, in questo caso, tendono a venire in nostro aiuto.

In genere l’utente non dovrebbe mai dover ricordare il percorso per arrivare dove vuole: la scelta dovrebbe essere piuttosto ovvia, senza costringerlo a dover effettuare troppi click oppure a doversi ricordare a memoria una struttura del sito contorta o troppo diversificata. Questo è il caso tipici di molte categorie e sottocategorie per un ecommerce, in cui potrebbe non essere la scelta migliore inserirle all’interno del menu: rischiano di essere troppe, difficili da compattare e da gestire, soprattutto sugli schermi più piccoli.

Le soluzioni per una navigazione efficente passano per l’uso di vari tipi di menu responsive (quelli che si compattano in automatico con l’icona dell’hamburger, per intenderci questa: ☰), l’uso della tecnologia mega menu (che sono dei menu di grandi dimensioni in grado di compattarsi ed auto-gestirsi anche nelle situazioni in cui ci sia meno spazio), oppure l’abolizione di parte del menu in favore soltanto delle macro-categorie, all’interno di ognuna delle quali ci saranno la lista delle sottocategorie equivalenti. In questi casi, ovviamente, si assume di essere riusciti a categorizzare le sezioni dei prodotti o del sito nel modo migliore possibile, cosa non sempre fattibile specie se il catalogo è incompleto o se è stato categorizzato in modo scorretto dall’inizio (classico esempio: multi-categorie usate impropriamente come tag).

Per garantire una buona navigazione, l’utente deve essere guidato in modo naturale, e solo l’esperienza ed i test sul campo possono dare suggerimenti più specifici.

Ricerca interna nel sito

La ricerca nel sito è una caratteristica sottovalutata quanto importantissima in termini di riscontro positivo all’interno del sito: dare la possibilità all’utente di cercare nel sito lo aiuta a definire al meglio le proprie necessità, partendo dal presupposto che è impossibile dargli sempre quello che si aspetta. In questo una buona ricerca interna nel sito potrà aiutare, sia sfruttando appositi plugin (ricerca estesa di WordPress, abilitazione di indici e full-text MySQL) che utilizzando funzioni più avanzate come ad esempio la tecnologia Elastic Search.

A livello front-end, è essenziale che la ricerca funzioni sia su desktop che su cellulare o tablet, sia mediante tasto Invio che mediante click sul bottone di ricerca o icona che sia. Desiderabile, poi, che ci siano i suggerimenti per la ricerca sia nel caso in cui la stessa porti dei risultati, che in quello che non ce ne siano (e qui potremmo sia avvisare l’utente che non abbiamo trovato nulla, che suggerirgli di cercare qualcosa di diverso per non perdere il visitatore).

Sviluppare funzioni specifiche per il nostro target

L’approccio generalista nei siti, in genere, non funziona: dare “di tutto un po'” senza troppe pretese significa non avere le idee chiare in termini di obiettivi da raggiungere, ma implica anche l’errore madornale di sottovalutare il proprio bacino di utenza. Se è vero che non basta dare qualsiasi cosa a chiunque pur di ottenere visite nel proprio sito web, vale l’assunto contrario – secondo il quale la cosa essenziale è sviluppare funzionalità specifiche per il target medio del nostro sito.

Abbiamo un sito di e-commerce? Potremmo pensare di sviluppare un plugin per la comparazione delle offerte. Abbiamo un travel blog? Offriamo un widget per consentire agli utenti di trovare i viaggi low cost in modo semplice e veloce (e rispettando le regole di UX viste in precedenza). La cosa più interessante delle funzionalità specifiche per il target, qualsiasi esse siano, è quella di dare opportunità di business ai proprietari dei siti, che possono embeddare funzioni esterne (ad esempio link affiliati) e guadagnarci di conseguenza in base al flusso di traffico che riescono a canalizzare sulle solo pagine.

Testi del sito: di qualità!

I contenuti del sito dovrebbero essere sempre caratterizzanti, originali e non scopiazzati alla buona. A livello di contenuti è sempre opportuno affidarsi ad un copywriter professionista, che possa evitare errori ed orrori di grammatica o sintassi, ed evitare di improvvisare soprattutto se inseriamo delle traduzioni (mai usare Google Translate: molto meglio un traduttore professionista). A livello di struttura, il testo del sito deve essere scalabile (se possibile) sulle varie dimensioni di schermo, sempre leggibile su ogni risoluzione, e si deve disporre di spazio a sufficenza per poter cliccare su ogni bottone o link, anche su schermi piccoli.

Tecnologia responsive

Altro aspetto fondamentale è legato alla compatibilità del nostro sito su desktop, cellulare e tablet. In genere basta utilizzare un theme responsive per risolvere il problema dall’inizio, ed in questo i framework Bootstrap e Zurb vengono ampiamente in aiuto. Si consideri che anche la fase responsive deve essere oggetto di test accurati, perchè raramente i theme sono talmente curati da venire incontro alle esigenze del nostro sito, per cui potrebbe essere necessario (e quasi sempre lo è) inserire degli hack (correzioni) nel CSS, o riscrivere parti di codice in PHP/CSS o fare uso di plugin specifici per correggere layout e visualizzazioni sbagliate.

Alcuni siti web possono fare uso di tecnologia reactive o reattiva, simile per alcuni presupposti e certamente ottimale in alcuni siti web; ma questa tecnologia non è consigliata (almeno dal mio punto di vista) ed è sempre meglio fare siti responsive.

Design del sito

Il design può essere di vari genere ed adeguarsi ai più diffusi trend del momento (ad esempio quello material usato da Google), di sicuro non dovrà essere troppo complesso: un sito web non è una rivista, ed in genere è sempre bene mantenere una semplicità di fondo, evitando disegni o layout troppo complessi che possano andare contro le regole di usabilità.

Componenti obsoleti

Alcuni componenti che andavano bene nel web anni ’90 ad oggi non sono più adeguati e su molti siti web non funzionano: evitare, quindi, di utilizzare adobe Flash e componenti in Java, ormai obsoleti. Se state migrando un sito molto vecchio ed avete bisogno di sostituire i vecchi widget, considerate che ormai Javascript è ad un livello molto superiore rispetto a qualche tempo fa, per cui riuscirete a soppiantarli con componenti equivalenti open source, quasi sempre gratuiti e sviluppati in JS.

Tecnologie da utilizzare

In ambito hosting bisogna sempre affidarsi ad hosting web di qualità, che possano fornire supporto in caso di necessità e limitare i downtime; da parte loro, i webmaster hanno il dovere di realizzare e pubblicare siti web che siano lo stato dell’arte in fatto di tecnologia, che siano ben attrezzati lato sicurezza informatica e che si mantengano sempre aggiornati all’ultima versione (come core, plugin e theme).

È necessario, inoltre, sfruttare le migliori tecnologie a disposizione, affidando la realizzazione del sito a professionisti del settore, e fare in modo che i tempi di caricamento delle pagine siano più brevi possibile.

Non forzare la volontà dell’utente

Evitate di far rimbalzare i vostri visitatori o potenziali prospect: non obbligare l’utente ad iscriversi al sito per contattarci, ad esempio (per quanto possa sembrare allettante, è una pratica da sempre sconsigliabile, fornirà un’immagine pessima di voi come azienda e soprattutto è contraria alle normative del GDPR, ormai in vigore), evitiamo di forzare le scelte e di guidarlo in una direzione che a lui non serve (esempio “clicca sul banner per sostenerci”), ricordiamoci sempre che stiamo fornendo un servizio e che, soprattutto, quello che è sul web è pubblico, e fa parte integrante della nostra immagine.

Cattivo design e principio della semplicità: 9 esempi da non seguire

Il design – ovvero la pianificazione dell’aspetto grafico, progettuale e funzionale di un qualsiasi servizio, oggetto o utility – è spesso troppo complesso da capire per l’uomo della strada; in molti casi, pero’, la scuola di pensiero dominante è ispirata alla semplicità, e ai principi enunciati da John Maeda nel suo libro (per l’appunto) Le leggi della semplicità. Un libro che in molti dovrebbero leggere, soprattutto coloro i quali hanno concepito le piccole “opere” che andremo a vedere.

Esempi di cattivo design: eccone 9 tra i più famosi sul web al momento.

Ristorante asiatico (…o italiano?)

Questo primo esempio denota una scelta non proprio adeguata dal punto di vista grafico: un cuoco coi baffi (stereotipo italiano) per un locale evidentemente di cucina asiatica. In questo caso l’errore è soprattutto di confusione per il cliente finale, che non riesce a focalizzare bene la natura del servizio offerto (fonte).

Acronimi poco azzeccati

Gli acronimi – ovvero le parole composte dalle iniziali di una frase – sono simpatici da proporre all’interno di spot, sanno spesso essere accattivanti e non c’è ragione di non farne uso, a patto che siano sensati, facili da pronunciare e non troppo lunghi. A volte, pero’, non si riesce a seguire questa semplice regola, con risultati piuttosto … originali (fonte).

Un tavolino da viaggio progettato … non troppo bene

Un lampadario nel posto sbagliato

A volte il mix tra moderno e classico può risultare in stili nuovi, innovativi ed accattivanti; quasi sempre… (fonte).

Un cancello che non chiude nulla

Inutile progettare un cancello del genere (a quanto pare per una scuola) se poi è possibile passare di lato. Potrebbe essere una limitazione al passaggio dei motoveicoli o delle auto, in effetti, ma vista così fa abbastanza sorridere (fonte).

“Non essere felice!”

Questa foto mostra delle maglie con una scritta apparentemente rassicurante, che avrebbe dovuto essere “don’t worry, be happy” (cioè non preoccuparti, vivi felice, citazione della famosa canzone di Bobby McFerrin, riutilizzata in più occasioni e coverizzata da molti artisti). Peccato che l’ordine delle parole si presti ad una lettura decisamente diversa, in questo caso: Don’t be happy, worry (non essere felice, preoccupati) dal significato decisamente inquietante a confronto (fonte).

Curiosamente, sempre con la stessa sostanza, e sull’ordine corretto delle parole in una frase, esiste anche un esempio ulteriore, ovvero quello che segue (fonte).

The fart

La locandina del film documentario del 2017 The farthest (in italia The Farthest – Il viaggio più lungo) riporta una curiosa circostanza: il posizionamento grafico della scritta all’interno di un buco nero mette involontariamente in evidenza la sola frase The Fart, ovvero (letteralmente) “il peto” (fonte).

Indicazioni ambigue

A volte le indicazioni di un bagno possono lasciare qualche dubbio interpretativo: è quello che succede in questa singolare situazione (fonte).

Gestire male lo spazio

A volte si progetta bene soltanto in parte, con lo spazio disponibile che non viene sfruttato nella sua interezza. Questo esempio di progettazione di due rampe di scale non sembra essere proprio ideale, non vi sembra? (fonte)