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Superlega: analizziamola senza pregiudizi

La notizia della creazione della cosiddetta Superlega Europea del calcio sta facendo il giro del mondo da ieri. Orde di tuttologi, evidentemente annoiati dai “soliti” discorsi su Covid e vaccini che hanno monopolizzato i media per oltre un anno, si sono (ri)convertiti al Dio del Calcio dando vita ad una ridda di ipotesi, analisi e giudizi sulla nascente “NBA del calcio europeo“. Ma siamo sicuri che “tutti” stiano dicendo “tutto”? Proveremo a farvi alcune considerazioni che a 24 ore dell’esplosione del “caso” ci è parso di non aver letto né sentito.

Cos’è la Superlega.

Iniziamo a spiegare di cosa stiamo parlando. Ebbene, dopo una partenogenesi durata anni, per lo più in sordina ma mai del tutto nascosta né all’opinione pubblica né all’interno dei palazzi di FIFA e UEFA, i big del calcio europeo (con alcune vistose assenze), ieri hanno comunicato che “nel più breve tempo possibile” (ipse dixit) nascerà la Superlega di calcio, una sorta di campionato europeo di calcio per club che andrà a disputarsi nel mezzo della settimana – in sovrapposizione, quindi, a Champions League, Europa League e alla nascente creatura, ancora amorfa, chiamata Conference League che esordirà a luglio – in cui i club partecipanti saranno 20 divisi in due gruppi da 10 con fase finale ad eliminazione diretta conclusiva. Al di là della governance del torneo – esterno al controllo degli organi mondiali ed europeo del calcio – che sarà proprietaria di marchio e format, la cosa che balza all’occhio è la composizione del rooster che prenderà parte alla manifestazione: 20 squadre, 15 delle quali saranno membri fondatori ed iscritti ad perpetuum al torneo e altre 5 squadre invitate dalle 15 di cui sopra in virtù di meriti sportivi, blasone, sponsor e vari&eventuali motivi di interesse economico-politico.

Le squadre fondatrici, nonchè iscritte di diritto, sono tra quelle che possono vantare il maggiore prestigio e il maggior numero di trofei vinti in Europa:

  • 6 squadre inglesi: Manchester City, Manchester United, Chelsea, Arsenal, Liverpool, Tottenham
  • 3 squadre italiane: Juventus, Inter, Milan
  • 3 squadre spagnole: Real Madrid, Atletico Madrid, Barcellona

Saltano subito all’occhio l’assenza di squadre tedesche (Bayern Monaco e Borussia Dortmund su tutte), francesi (il ricchissimo PSG) nonchè squadre provenienti dai campionati Portoghese e Olandese che, seppur non ricchi come quelli summenzionati, di Champions League/Coppa Campioni ne hanno vinte diverse con più squadre. Ma siamo sicuri che queste nazioni verranno davvero lasciate senza la loro fetta di torta, torta che, storicamente, hanno contribuito a preparare? Dubitiamo perchè non conviene a nessuno, a partire dagli esclusi.

E’ evidente come un siffatto torneo abbia nell’elitarietà e nella mera monetizzazione del “fenomeno calcio” la sua natura fondante, così come è lampante che i meccanismi che lo animano siano in esatta antitesi rispetto al proposito FIFA e UEFA di allargamento della rappresentanza nelle coppe internazionali a squadre provenienti da più campionati possibile (la Conference League, ad esempio, nasce con questo preciso scopo, così come l’allargamento a 36 squadre della Champions League, deliberato proprio ieri, a partire dall’edizione 2024, è un ulteriore segnale di apertura alle realtà calcistiche minori).

Ma, in fondo, il malloppo che hanno messo sul piatto gli sponsor che premono per la creazione della Superlega (la banca JP Morgan con un finanziamento di ben 3,4 miliardi di dollari da restituire in 23 anni, su tutti) è troppo invitante per potervi rinunciare e se questo implica che Andrea Agnelli, padrino sia della Superlega che (per battesimo) dell’ultima figlia del presidente UEFA Ceferin, debba chiudere il telefono su cui lo stesso Ceferin è solito telefonarlo, beh, che l’inimicizia abbia il via.

La realtà è che tutte le 12 squadre che stanno dando vita alla Superlega sono indebitate fino al collo, tant’è che compaiono nella classifica delle 15 squadre più indebitate d’Europa e hanno urgente bisogno di dare ossigeno alle casse, altrimenti, nel breve periodo, o dovranno vendere tutti i campioni ed auto-condannarsi ad un lungo anonimato di medio-bassa classifica o, nella peggiore delle ipotesi, potrebbero anche rischiare di fallire e ripartire dalle serie minori.

Le reazioni: tesi e antitesi.

Ovviamente le reazioni all’annuncio dei dodici team (“la sporca dozzina” li ha ribattezzati il presidente Ceferin, parafrasando il film di guerra del ’67) sono state veementi, imperiose e scandalizzate.

L’UEFA ha minacciato di escludere i “ribelli” già dalle competizioni europee in corso, consegnando, in tal caso, la Champions League al PSG, unica semifinalista a non far parte della Superlega (per ora…) con buona pace dei turchi che per il secondo anno di fila vedranno saltare la finale della massima competizione europea programmata allo stadio di Istanbul (e non crediamo che Erdogan accolga la decisione di buon grado), mentre la finale di Europa League verrebbe disputata tra Roma e Villareal, essendo le altre due semifinaliste, Arsenal e Manchester United, componenti della “sporca dozzina”. Andrà veramente a finire così? Anche in questo caso, dubitiamo!

FIFA e UEFA, congiuntamente, hanno poi minacciato di negare il permesso di giocare in nazionale ai giocatori che militano nei club “rivoltosi”. Detta così può sembrare una pesante minaccia ma, analizzando i fatti alla radice, l’anatema risulta essere una barzelletta riuscita male: posto che ci siano gli estremi legali per imporre un simile taglio (e non crediamo che ce ne siano dato che i giocatori sono dipendenti dei club e non spetta a loro prendere le decisioni della dirigenza né contestarle qualora non violino le norme contrattuali), a chi gioverebbe una tale ipotesi? Ve lo diciamo noi: a tutti tranne che a FIFA e UEFA.

Che tornei per nazionali saranno se Ronaldo non potrà giocare per il Portogallo, se Messi non potrà giocare con la nazionale Argentina, Lukaku con il Belgio, De Jong con l’Olanda, Donnarumma con l’Italia e via discorrendo? Che prestigio avrebbero queste competizioni senza i campioni più acclamati? Chi li vedrebbe in TV o allo stadio con la stessa enfasi? Quali sponsor investirebbero le stesse cifre senza i migliori calciatori in campo? Siamo seri: a perderne sarebbero solo le stesse federazioni internazionali, FIFA e UEFA su tutte, sia dal punto di vista del prestigio che da quello economico. I giocatori e le squadre avrebbero solo dei vantaggi: i primi – i calciatori – dopo 27 minuti circa di più o meno sentito sconforto per non poter giocare in nazionale, faranno buon viso a cattivo gioco con l’ipotesi di trascorrere un mese di ferie in più anzichè andare a prendere calci e subire pressioni mediatiche in nazionale; i secondi – i club “scissionisti” – potranno avere i loro campioni più freschi e riposati alla ripresa delle partite di Superlega a settembre. Quella che nei propositi di FIFA e UEFA è una minaccia, in realtà è un grosso favore che si andrebbe a fare a calciatori e squadre. Quindi: FIFA e UEFA perseguiranno questa via? Dubitiamo!

Cosa faranno allora, in concreto, FIFA e UEFA con l’appoggio delle federazioni nazionali? Beh, di certo adiranno le vie legali, su questo non dubitiamo affatto, ma i rappresentanti delle massime federazioni calcistiche e i loro staff legali sanno benissimo che non hanno a che fare con la Longobarda di Oronzo Canà ma con società (aziende multimiliardarie prime che società sportive) aventi al vertice 12 tra le 100 persone più ricche del pianeta che, se decidono di fare un passo in un campo minato, sanno benissimo che il punto in cui stanno poggiando il piede è stato già sondato e bonificato dai migliori sminatori e artificieri sulla piazza. Avranno quindi esito i loro ricorsi legali? Forse sì, la possibilità c’è ma, se dovessimo fare un pronostico, per l’ennesima volta, dubitiamo!

Secondo noi l’unica cosa da fare, per quanto umanamente possa dare fastidio a molte delle parti in causa, è trattare. Inutile nasconderci dietro un dito: se è vero che squadre come PSG, Bayern Monaco e Borussia Dortmund al momento si siano dichiarate contrarie alla Superlega, non ci stupirebbe un loro repentino dietrofront qualora ci fosse la certezza che la Superlega prenderà davvero vita. Chi vogliamo prendere in giro? Una Champions League senza le 12 squadre sotto l’occhio del ciclone ne uscirebbe pesantemente ridimensionata sotto tutti i punti di vista e i migliori giocatori preferiranno andare a giocare per loro poichè, avendo capitali freschi e sponsorizzazioni più allettanti, potranno garantirgli ingaggi e condizioni contrattuali migliori. Alla fine il calcio non è più (solo) un gioco – ingenuo chi lo pensa! – ma un’attvità economica molto remunerativa e, almeno a livello professionistico, continuerà ad inseguire più i soldi che i risultati.

Dicevamo poco sopra: bisogna trattare. Sì, ma in che termini?

I termini, per quanto meschini (diciamocelo chiaramente) sono chiari, limpidi e cristallini: per trattare bisogna rivedere i paletti del financial fair play e allargare le maglie del debito delle società. Per trattare bisogna dare più soldi alle squadre più ricche e blasonate e creare tornei in cui le sfide tra di loro siano la stragrande maggioranza e quelle con le “squadrette” limitate a poche comparsate: troppo alto il rischio di gravi infortuni per disputare partite contro squadre di seconda, terza e quarta fascia, troppo alto il rischio che una squadra multimiliardaria esca da una competizione europea per aver sbagliato per mille motivi due partite contro il Wisla Cracovia (non ce ne vogliano gli amici polacchi) o lo Skonto Riga (non ce ne vogliano gli amici lettoni). Il messaggio che “i 12” stanno lanciando alle Federazioni è quello di tornare a chiudere i cordoni sul numero dei partecipanti alle competizioni europee o, semmai, limitare l’allargamento alle sole Europa League e Conference League, diminuendo al contrario il numero di partecipanti alla Champions e garantendo modalità di accesso “privilegiato” alla stessa a chi ha un blasone e investimenti consistenti e pluriennali da difendere.

Questi termini, sportivamente, fanno schifo, senza giochi di parole, ma forse è proprio quello che, al di là degli slogan, vogliono i tifosi (di cui parleremo tra poco).

Il punto di vista della politica.

Prima di parlare (lungamente) del punto di vista conscio e inconscio dei tifosi, spendiamo due parole (non di più perchè generalmente non ne meritano molte) sulle reazioni dei politici.

Tutti i principali leader europei, da Johnson a Macron, da Draghi a Michel, come vestali piangenti e affrante, hanno biasimato l’iniziativa, accampando il loro sdegno a motivazioni dettate dal “diritto di sognare” dei tifosi di qualsiasi squadra e perchè “il calcio non può essere solo di un’elitè“. Due considerazioni: la prima ci spinge a dire che i politici di cui sopra dovrebbero avere le stesse parole di fuoco con le aziende farmaceutiche che stanno lucrando con i vaccini a scapito della salute della popolazione globale con meccanismi economici e di subdolo ricatto del tutto simili a quelli messi in campo dalla “sporca dozzina”, quindi, forse, sarebbe il caso che come si occupano così fervidamente dei “sogni dei tifosi” si occupino anche della “salute del mondo”.

Seconda considerazione: mettiamo per puro caso che la sede sociale di questa nascente Superlega venga messa in Italia con le relative esorbitanti tasse che questa società sarà tenuta a pagare alle casse dello stato, siamo sicuri che Draghi (ma la stessa cosa varrebbe per il premier di qualsiasi nazione che “ospiterà” la società) in quel caso avrà ancora da ridire? Dubitiamo!

Il punto di vista dei tifosi.

Andiamo ad analizzare il punto di vista della componente più importante (e ignorante) tra quelle interessate alla vicenda: i tifosi.

Dalle reazioni ascoltate dalle interviste TV e lette sui social, i tifosi si dividono in due categorie: da una parte ci sono quelli “della volpe che non arriva all’uva“, dall’altra ci sono quelli che non ci hanno capito nulla ma parlano (o scrivono) comunque perchè fa figo.

Alla prima categoria, com’è facilmente intuibile, appartengono i tifosi di squadre che, almeno nelle intenzioni dei tifosi, dovrebbero o potrebbero ambire a far parte del gruppo ristretto (restando in Italia, Roma e Napoli su tutte) i quali, infastiditi dall’assenza della loro squadra dal club della “sporca dozzina”, ne parlano in termini disgustati per malcelare la delusione. In fondo li capiamo, siamo umani.

L’altro gruppo è quello più vasto che trae le conclusioni in base all’opinione delle “Barbara d’Urso di turno” senza fare una disamina attenta dei fatti e senza intenzione alcuna di farla. Questo gruppo di “opinionisti”, da 24 ore ha fatto suo il concetto per cui in una superlega non ci potrà essere mai il fascino degli incontri tra Davide e Golia in cui, magari, a spuntarla sarà proprio il Davide di turno.

Già: Davide contro Golia…

A questi “esegeti biblici” andrebbe posta una domanda semplice semplice e lo facciamo noi: quando agli ottavi di finale della Champions League di quest’anno si sono disputate contemporaneamente le partite Lipsia – Liverpool (Davide contro Golia, terminata 2 a 0 per il Golia inglese) e Barcellona – PSG (Golia contro Golia, terminata 4 a 1 per i francesi) voi avete assistito al match tra  Davide e Golia o a quello tra i due Golia? Credo che, a meno di particolari lecite simpatie personali di alcuni per il Lipsia o il Liverpool, la stragrande maggioranza di voi abbia assistito alla partita tra Barcellona e PSG.

E ne conoscete pure il motivo: l’esito del primo match era dato quasi per scontato – troppo forte il Liverpool per i pur bravi tedeschi – in pochi credono realmente che in competizioni così combattute e importanti Davide possa sconfiggere Golia. A volte ciò è avvenuto, avviene e avverrà ancora, ma la speranza che ciò si realizzi e la soddisfazione di esserne testimoni diretti va a scontrarsi con la certezza di perdersi una partita spettacolare come sicuramente dovrà essere Barcellona – PSG. Ecco quindi che il pubblico televisivo si è riversato a maggioranza sullo scontro tra spagnoli e francesi con buona pace per Davide e Golia.

Ebbene, nonostante le due partite abbiano avuto un pubblico televisivo completamente sbilanciato verso il match che ha avuto luogo al Camp Nou, i diritti televisivi incassati dalle 4 squadre è stato identico nonostante le campagne acquisti di Barcellona, PSG, e Liverpool siano generalmente più faraoniche di quelle del Lipsia che ha una bacheca completamente vuota di trofei sia in campo nazionale che internazionale. Ovvio, lungi da noi negare i meriti sportivi dei tedeschi cui vanno tutti i complimenti del caso ma, sottolineiamolo ancora, le rimostranze della “sporca dozzina” non sono tanto sportive quanto economiche o, per lo meno, combinate: “se abbiamo speso tot soldi in tot anni, perchè chi fa l’exploit di un paio di anni deve guadagnare la nostra stessa cifra?” è questa la domanda che si sono posti i presidenti delle “12”, domanda che fa sportivamente schifo ma che economicamente fa riflettere. E questa domanda deve fare riflettere anche i tifosi che preferiscono (giustamente) le partite dove in campo scendono due squadre di pari livello (meglio ancora se elevato) piuttosto che quelle in cui c’è una vincente quasi sicura che gioca contro la vittima sacrificale di turno.

Alcuni intervistati hanno portato l’esempio della vittoria del Leicester in Premier League nel 2016. Chi vi scrive in quell’anno si trovava proprio in Inghilterra per motivi di lavoro, e ha fatto il tifo sfegatato per la squadra all’epoca allenata da Claudio Ranieri. Ma, sia chiaro, fino a quando, sul finale di campionato, la possibilità di vittoria del Leicester non si è fatta concreta, il sottoscritto ha continuato a guardare i derby di Manchester, o partite del calibro e blasone di Chelsea – Arsenal o Liverpool – Tottenham e solo nelle ultimissime giornate ha dato un’occhiata all’impresa del Leicester. Come me hanno fatto tutti i miei colleghi e, credo, la stragrande maggioranza degli inglesi.

Con questo esempio vogliamo dire che la vittoria di Davide su Golia è la più bella e quella cui tutti desidereremmo assistere… ma tutto ciò a posteriori! Tutti avremmo voluto vedere tutte le partite del Leicester del 2016 e tifare per lei in ogni minuto del campionato ma questo “sentimento” è nato dopo la vittoria della squadra di Ranieri perchè prima tutti guardavamo le sfide tra i Golia storicamente riconosciuti della Premier League!

Insomma, diciamola tutta: la vittoria di Davide contro Golia è un bell’argomento di cui parlare al bar ma i match belli da vedere e per cui la gente è disposta a pagare sono quelli tra i colossali Golia ed è questo che la “sporca dozzina” sta comunicando al mondo e al “governo” del calcio. I tifosi, anche se oggi lo negano e commentano con sdegno la nascita di questa nuova competizione, appena sarà possibile correranno ad accaparrarsi gli abbonamenti per la Superlega proprio perchè questa garantisce loro di poter assistere alle partite che aprioristicamente vorrebbero tutti guardare. I tifosi non lo sanno ma i magnati del calcio sì: le regole dello show-business le fa il pubblico, i tifosi, appunto!

I precedenti.

La Superlega europea di calcio non è l’unico esempio di campionato sportivo elitario poichè, in realtà, il mondo ne è pieno: i principali campionati professionistici americani (Basket, Football Americano, Baseball, Hockey su Ghiaccio) sono tutti a franchigie dove non sono previste nè promozioni nè retrocessioni, solo il numero di spettatori e gli introiti delle singole squadre potranno certificare (nel lungo periodo) l’eventuale sostituzione di una squadra in virtù di un’altra.

In Europa l’Eurolega di Basket è del tutto simile alla nascente Superlega di calcio: 18 franchigie cestistiche (tra cui l’Olimpia Milano) si contendono un titolo che si gioca nella settimana quando le altre squadre non appartenenti all’Eurolega si contendono le competizioni europee “ufficiali” tra cui la Champions League. Anche l’Eurolega di Basket nacque tra mille polemiche ma ormai si gioca da venti anni con buona pace di tutti e, al contempo, le squadre partecipanti alla stessa, nei fine settimana, partecipano ai campionati nazionali.

Anche il rugby ha la sua competizione per franchigie chiamata Guinnes Pro 14 in cui squadre italiane, gallesi, irlandesi, scozzesi e sudafricane si contendono il titolo anche se, in questo caso, le stesse non partecipano ad altri campionati nazionali ma prendono parte alle competizioni europee (tranne le squadre sudafricane, ovviamente). In fondo, anche il torneo rugbistico del “6 Nazioni” con la sua controparte giocata tra le nazionali del Pacifico, ha un carattere di elitarietà simile a quello proposto dalla Superlega.

Come andrà a finire.

A stare a sentire le parti in causa ci saranno numerosi strascici legali, che porteranno a ripicche e limitazioni di svariata natura. C’è da crederci? Dubitiamo!

Alla fine, siamo quasi certi che si percorreranno le strade del dialogo e della mediazione con la bilancia che, alla fine, penderà sempre e comunque dalla parte della “sporca dozzina” perchè, piaccia o no, oltre ad essere quelli che hanno più da guadagnare sono anche quelli che hanno più da dare.

Photo by Md Mahdi on Unsplash

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