Oggi la blogger Giulia Quaranta Provenzano ci propone l’intervista all’artista concettuale toscano Samuele Atzori (classe 1988), del quale è possibile visionare il profilo Instagram cliccando su https://instagram.com/atzori_art?igshid=MzRlODBiNWFlZA==

Buongiorno! Vorrei iniziare questa nostra chiacchierata domandandoti subito qual è il cosiddetto motore interiore – e magari anche quel qualcuno e quel qualcosa – che ti ha portato a intraprendere il tuo viaggio nell’arte visiva. Buongiorno Giulia! Gli eventi che hanno accompagnato la mia vita, più o meno traumatici, sicuramente hanno giocato un ruolo fondamentale nell’intraprendere il mio percorso nell’arte visiva. Un esempio tra i tanti è il suicidio di mio padre, avvenuto quando ero bambino, episodio questo che oggi ho totalmente superato e del quale parlo a cuor leggero – proprio tale occorso mi ha permesso di vivere ponendomi spesso domande e non lasciando mai alcunché al caso. Ho sempre vissuto “in una bolla” cosicché mi proteggesse dalle omologazioni esterne e in tal modo mi permettesse di analizzare il frequente <<Si fa così>> delle persone. Devo inoltre aggiungere che mio padre era un artista, uno scultore di estremo talento privo dei relativi studi e totalmente autodidatta; presumo che la mia arte abbia un filo conduttore con la sua. La mia natura introversa (INFJ) ma al contempo iperattiva ed espansiva mi consente di viaggiare a livello introspettivo, analizzando ciò che mi circonda… per poi incanalarlo nelle opere che realizzo”.   

Da piccolo a che cosa, forse, immaginavi di dedicarti una volta divenuto adulto e che bambino sei stato? Attualmente, invece, come e con quale colore descriveresti metaforicamente la tua personalità? Da piccolo ero molto concentrato sul presente e solo l’idea di pensare a un percorso di studi o a un lavoro, argomento – il tale – ricorrente nelle mie opere, mi soffocava particolarmente… ché non sono in sintonia con gli obblighi ricorrenti nella società. Sono stato un bambino che, già allora, sentiva l’esigenza di creare ma ero tuttavia pigro e con una visione del mondo alla “The Truman Show”. Descriverei la mia personalità con colori che convivono bene insieme, seppure non saprei dire quali, tant’è che spesso credo che il “non-colore” possa descrivermi meglio. Difficilmente infatti riesco a dare un’etichetta alla mia vita, a crearmi idoli o stili da seguire e non sono mai stato realmente attaccato a qualcosa anche quando quel certo qualcosa rientrava nei miei gusti… basta vedere come mi vesto, mi piace spendere poco e il fatto che tornino logicamente le tinte che indosso ma che non sia presente alcunché che mi definisca – ho quasi tutto in tinta unita, senza disegni o rappresentazioni e ciò non di proposito (come vale invece, all’opposto, per il classico “finto anticonformista” che va molto di moda oggigiorno), bensì semplicemente perché mi fa sentire più a mio agio. Debbo poi aggiungere che, oltre a non sentirmi mai parte di alcunché a livello affettivo, ho sviluppato via via sempre più la consapevolezza di non essere parte di questo Pianeta e che in questo mondo ho sempre vissuto da spettatore e mai da pubblico (lo spettatore osserva, il pubblico vive)”.   

Che cosa rappresenta per te l’arte e quale ritieni che sia il suo principale pregio e potere? Per me, l’arte è il più potente mezzo di esorcizzazione degli eventi che vivo. Essa è una valvola di sfogo e, più in generale, è pure un canale utile a risvegliare chi è in bilico fra il sonno e la veglia. C’è difatti chi vive tra l’essere pubblico e l’essere spettatore e necessita di una spintarella d’aiuto per diventare il secondo… ecco, il pregio principale dell’arte appunto è prendersi la libertà di essere se stessi e confermarlo attraverso le proprie creazioni. Credo invece che sia molto complesso realizzare un’opera dal significato assoluto, che abbia un’unica chiave di lettura. Generalmente delle mie opere comunico solo il titolo che, di per sé, è informativo ma che lascia comunque spazio all’interpretazione – in modo tale che l’osservatore possa percepire il messaggio più consono al suo percorso di vita”.

I ricordi e l’empatia, la pianificazione e la progettualità, la sperimentazione e l’osare, la razionalità e l’istinto quanto e in quale maniera sono rilevanti nel tuo percorso di vita? “Noto che i ricordi servono spesso a creare opere, ma rovinano il presente. Secondo me, per realizzare davvero innovazione artistica, è importante abbandonare il concetto di passato e di futuro e ciò vale altresì se si vuole vivere consapevolmente. L’empatia è, a mio parere, fondamentale per rendere possibile la comunicazione fra l’artista e l’osservatore. Io sono sempre in evoluzione ma, ad esempio, è da dieci anni che mi astengo dal mangiare tutti i cibi di origine animale e ciò ha portato beneficio a me, al mondo esterno e alla mia arte. Sperimentare fa parte proprio del creare e anche l’osare e soprattutto sbagliare. Penso poi che la razionalità e l’istinto debbano riuscire a convivere così da generare l’intuizione e, non per nulla, la collaborazione di istinto e razionalità sta alla base della mia ispirazione dalla quale ne consegue la creazione delle mie opere”.                 

In che cosa identifichi la bellezza e sei del parere che esista o no il bello universale? E qualora la tua risposta sia negativa, ti sei mai interrogato su com’è fattibile spiegare il fatto che alcuni elaborati siano pressoché unanimemente considerati – in tutti i tempi e in tutti i luoghi – dei capolavori? “Io sono dell’idea che la bellezza la si identifichi in ciò che siamo abituati a vedere – ossia che sia qualcosa con cui, per abitudine, abbiamo familiarizzato. Esemplificando, se fossimo cresciuti vedendo persone con due nasi, le persone con un solo naso sarebbero da noi considerate brutte. La gente vede e ritiene che sia bello ciò che conosce, ciò che è ovvero omologato e quindi l’autentica bellezza non esiste per me… e penso che l’arte che riesce a comunicare beltà al di fuori degli schemi abitudinari sia degna di tale nome. Generalmente la maggioranza degli esseri umani non apprezza l’arte innovativa, non viene apprezzato ossia quello che non segue una corrente già affermata e che non segue uno stile già conosciuto e facilmente vendibile. Con le mie opere, io desidero dare una smossa alla brutta forma che – a mio parere – sta prendendo il mondo artistico e questo sistema frenetico che pensa solo ai soldi, all’immagine e alla fama… eppure temo che il mio intento sia mal digeribile attualmente”.

Quanto ti sembra che sia importante – soprattutto nella carriera di un personaggio pubblico – l’immagine? Pensi che essa, l’immagine appunto, possa e debba veicolare efficacemente significati emozionali e intellettivi, d’impegno verso un qual certo “quid”, psicologici a riguardo di sé e di coloro con i quali ci si interfaccia e che ne sia un indicatore di verità interiore? Il mio percorso artistico prevede, in parte, alcune riflessioni sull’ego… dal mio punto di vista, se si ha un’immagine che spicca e un’identità ben affermata, è molto difficile raggiungere una buona consapevolezza di sé. Credo che un artista, quando si trasforma in un personaggio pubblico, rischi di rendere meno autentici i messaggi delle proprie opere. A mio dire, la verità interiore si ritrova infatti attraverso se stessi e non all’esterno e dunque un’opera d’arte può essere sì d’ispirazione (e può esserlo pure il suo creatore) ma non deve ispirare desiderio di fama e di successo poiché, i tali, sono aspetti totalmente esteriori”.     

A tuo dire in che rapporto stanno libertà, resilienza e audacia? E in tutto ciò, benché io non voglia indurti ad alcuna preconfezionata categorizzazione riduttiva e ingabbiante, dal tuo punto di vista, cos’è e come riconosci l’Amore (sia esso amor proprio, per altre persone e animali, per idee e ideali, per situazioni, luoghi, attività e molto altro ancora)? “Sono convinto che libertà, resilienza e audacia siano strettamente correlati e la mia esperienza di vita ne è un esempio… riuscire a superare eventi traumatici dà valore alla libertà, rende consapevoli di quanto sia importante essere senza catene, ma per riuscirci è necessaria una buona dose di coraggio (spesso manchevole di razionalità). L’amore incondizionato è privo di ego, il che significa che non è esclusivo e quasi nessuno su questo Pianeta è capace di provarlo – difatti ciò è difficile anche conoscendone appieno il significato. Seguire giusti ideali serve a compiere un percorso evolutivo, che dovrebbe concludersi con l’accettazione e con l’amore incondizionato per se stessi e per ciò che ci circonda. Vista l’interdipendenza che ci caratterizza, se davvero amiamo noi stessi, tutto il resto è automatico ed è così che l’identità scompare”.  

C’è qualche tuo/a collega che stimi particolarmente e con il/la quale saresti propenso a lavorare assieme? “In questo momento sto collaborando con la mia fidanzata, Sonia Squillaci, che si è laureata all’Accademia delle Belle Arti di Firenze. Sto collaborando anche con altri due artisti appartenenti alla Piana di Lucca, Mirko Petrini e Matteo Berti… stiamo organizzando una mostra che si terrà dal 13 al 16 agosto, presso il Real Collegio di Lucca, e che sarà curata da Sharon Tofanelli. Sharon si è laureata, a Siena, in Storia dell’Arte e ha scritto uno splendido articolo sul  mio percorso artistico. Posso dire che stimo tutti i suddetti”.

Parteciperesti volentieri, ad oggi, a un talent show e/o reality? “Essendo una persona altamente introversa, mi sento a disagio di fronte al pubblico… mi è già capitato numerose volte di rapportarmi con esso e, nonostante me la cavi discretamente bene, preferisco la mia zona di comfort –  ovvero prediligo il mio spazio di solitudine nel quale leggere, pensare, meditare e creare. In passato, inoltre, ho avuto la possibilità di testare il buon funzionamento di un mio profilo social e ho capito cosa significa avere seguito ma appunto la mia introversione e il desiderio di limitazione del mio ego mi hanno portato a dismetterlo. Adesso ho Instagram più che altro per avere un luogo in cui mettere tutte le mie opere e per creare comunicazione attraverso queste. Se i social non fossero tutta forma e ben poca sostanza sarebbero utili. Vedo spesso artisti che, raggiunto il successo, abbandonano il vero motivo per cui hanno iniziato a fare arte. Costoro iniziano il proprio percorso dando vita a opere concettuali, che lanciano dei messaggi fondamentali, però poi finire coll’inserirvi i loghi dei grandi marchi”.    

Pensi che esista il destino e, se sì, secondo quali termini? Ti sei poi mai interrogato a proposito della sussistenza del male nel mondo in rapporto alla presunta bontà, onnipresenza, onniscienza e onnipotenza attribuita dagli uomini alla divinità e al suo operato (cioè sulla questione della Teodicea)? “Io penso che esistano più destini e che coesistano tutti in parallelo, credo che noi – con il nostro modo di agire e, in particolare, con le nostre intenzioni – ci muoviamo fra essi di conseguenza. Sono ateo e mi sono sbattezzato diversi anni fa, quindi non sono un credente. Non credo nemmeno nell’esistenza del male, non vi è alcuno che io ritenga che possa essere realmente cattivo ma è l’ignoranza che genera false credenze e motiva pertanto a compiere cattive azioni. Non ho fede nelle divinità, ma penso che il Buddhismo (non dogmatico e privo di Dio) omogenizzato a specifiche branche della fisica quantistica possa condurre a importanti verità. Ho scritto un libro due anni fa, che non ho ancora pubblicato, in cui tratto e comunico in maniera incisiva l’importanza dell’equilibrio. La religione, con la sola fede, non porta risposte… e nemmeno la scienza, con la sola ragione, arriva a un risultato conclusivo. Pressoché tutti noi escludiamo sempre l’importanza del grigio, siamo sempre a favore del bianco o del nero, mentre sono dell’idea che se ragione e fede collaborassero porterebbero alla verità”.    

Infine, prima di salutarci, vuoi condividere con noi se hai delle novità in cantiere a stretto giro e taluni eventuali progetti a più lungo termine? “Le novità in cantiere sono diverse, ma posso qui già accennare a una mia opera che desidera mostrare i “difetti” del genere umano… benché io sia convinto che non esista un metodo per cambiare realmente le cose. Tutto è ciclico, tutto è frutto del principio di causa ed effetto che accompagna da sempre e per sempre il nostro universo – non ci si può sottrarre ad esso! Piuttosto si può accettare la sua esistenza ed è proprio questo che, alla fine, esonera dall’esserne vittime”.

                             

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