Google Play: la nuova policy per le app è da rivedere

ban first and ask questions later“: questa la nuova politica del popolarissimo app store di Google. App store che, da qualche tempo, sembra applicare policy sui contenuti molto più restrittive di quanto non facesse in passato, il tutto (almeno apparentemente) alla luce di un comportamento guidato da software, in qualche modo automatizzato e che ArsTechnica ha definito in modo caustico come “prima ti banno, per le domande passa più tardi”.

Una politica senza dubbio discutibile da tanti punti di vista, che ha colpito in Italia sia l’app de Il Manifesto che, ad esempio, quella del sito Trovalost.it, trovatisi entrambi nella stessa situazione: app ufficiali rimossa dal Play Store da un giorno all’altro, per quanto Google sostenga di aver segnalato dei generici problemi via email a tempo debito. Cosa che è tutta da verificare, ma non è questo il punto: il discorso è capire quale sia la logica che spinge, ad esempio, ad avviare dei controlli automatizzati per accertarsi che si tratti davvero di un’app di notizie, che le stesse siano rivolte ai minori e così via. Una stretta che sembra determinata, alla prova dei fatti, più dalle regolamentazioni imposte a Google dagli Stati Uniti e dalle leggi sul copyright e sulla tutela dei minori, che sono evidentemente molto più rigide. Di fatto, sembrano essere loro a “dettare legge” un po’ per tutti, e questo a prescindere dalle storie dei singoli (Il Manifesto esiste come quotidiano da moltissimi anni, Trovalost è un sito di tecnologia che è in piedi attivamente dal 2011).

La politica “spazzatutto” dei controlli sulle app dello store è cambiata, e non per forza in positivo: ad esempio, lo sviluppatore di Just Video Player (un player video con supporto ai sottotitoli in vari formati, tra cui i file con estensione .ASS) si è visto rimuovere la propria app per contenuti sessuali espliciti: come constatato in seguito, il bot automatizzato di Google “addetto” alla verifica aveva semplicemente rilevato nella descrizione la parola ass (in inglese, letteralmente, culo), che in realtà faceva riferimento all’estensione del file dei sottotitoli supportati dal programma (a sua volta, acronimo probabilmente ironico per Advanced Sub Station) molto usata sui video degli anime. Che Google non sappia cogliere le sfumature e l’ironia ci può anche stare, ma il punto è che un bot automatizzato non potrà mai sostituire il controllo manuale nello store stesso, che rischia di essere soggetto di abusi e di presenza di app non autorizzate che, col tempo, diventeranno sempre più abili ad eludere i controlli.

Redazione

Articolo a cura di LeUltime.info.

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