Perchè la scienza può sbagliare (e va bene così)

La pandemia di coronavirus ha introdotto un “parlare” indefinito e infinito sulla scienza, sulla sua applicabilità e sui suoi limiti, da parte dell’uomo della strada come dello scienziato e a livello globale; cosa peggiore di tutte, lo ha fatto mediante i social network, strumenti di post verità e narcisismo collettivo; cosa migliore, di contro, si è posta con una molteplicità di punti di vista, che se in parte hanno confuso i più hanno finito per avere un’idea della complessità delle cose. Non avremmo voluto una pandemia per tutto questo, poco ma sicuro, ma siccome il problema esiste da tempo tanto vale tirare le fila e provare ad interrogarci sul perchè la scienza possa sbagliare.

Ciò è ben lontano dall’essere un difetto, e questo bisogna che ne tengano conto tutti coloro che in questi mesi sono confusi, scettici o adirati contro istituzioni che puntano alla de-responsabilizzazione indiretta dei singoli, senza assumersi responsabilità ad alcun livello. D’altro canto che la scienza sia fallibile è proprio uno dei presupposti della scienza, tant’è che lo stesso Einstein ebbe a dire a riguardo:

Nessuna quantità di esperimenti potrà dimostrare che ho ragione; un unico esperimento potrà dimostrare che ho sbagliato.

Fu Karl Popper a formulare tale importante principio, dal punto di vista filosofico: quello che viene definito generalmente “principio di non falsificabilità” dovrebbe in effetti essere tradotto come “possibilità di confutazione”. In altri termini l’esistenza di un criterio di falsificabilità afferma che qualsiasi teoria, per poter essere scientifica (Popper scrive “controllabile”) deve anche essere falsificabile, cioè si deve poter confutare. Si deve poter smentire, in sostanza: ed è proprio questo il principio su cui si basa il suo “essere scienza”. Molte affermazioni di pseudo-scienza non sono controllabili, a ben vedere, proprio perchè si basano su principi inossidabili, ferrei, immutabili (spesso da anni: la teoria del complotto del falso allunaggio, ad esempio, non è mai cambiata). Questo deve – e dovrebbe – fare da “campanello di allarme” per tutte le volte in cui sentiamo posizioni monolitiche pronunciate da persone che non amano essere contraddette, che rifiutano il dialogo e si ergono in una posizione assoluta e di non contraddizione. Ciò, badate bene, vale sia per molte teorie del complotto che per chi cerca di divulgare la scienza ma lo fa, in molti casi, degenerando su posizioni ostili al prossimo o barricandosi dietro terminologie volutamente incomprensibili.

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Se deve esserci una critica per un potenziale miglioramento, di fatto, è indispensabile e niente affatto opzionale capacitarsi che la scienza può sbagliare: è successo ad esempio quando sono stati pubblicati studi in pre print non confutati dalla comunità scientifica, oppure quando ci dicevano di usare i guanti che poi l’OMS ha rilevato essere inutili. Queste contraddizioni hanno finito per rafforzare certe posizioni complottiste e novax, alla prova dei fatti, ma non c’è alcun imbarazzo che la scienza debba dissimulare: semplicemente essa lavora allo stato dell’arte, ed è normale che le cose possano cambiare, che si commettano errori di valutazioni, che si possano dare indicazioni non sempre corrette.

Foto di Arek Socha da Pixabay