Il mito dell’hacker etico

Nella mitologia e narrazione dell’hacking, su vari libri ma soprattutto lato web (e vale sia per i blog che per i giornali generalisti, con eccezioni molto mirate come ad esempio HackerJournal che, in generale, scrive sempre con grande consapevolezza) si parla molto spesso della figura dell’hacker “buono” contrapposto a quello cattivo. Il cinema ha molto contribuito a consolidare questa immagine “pop” – e, naturalmente (si fa per dire), l’hacker buono nell’immaginario collettivo è un nerd senza vita sociale, bravo a smanettare oppure, alla meglio, solo una sottospecie di incazzato sociale bravo a fare la rivoluzione dietro ad una tastiera, tipicamente di pelle bianca, benestante, annoiato, che alla fine va a lavorare negli Stati Uniti, magari da Google o da Apple, le stereotipate “grandi realtà che investono sui giòvini“, e trova un impiego mediante la propria passione di hacker “brava-persona”- Probabilmente pronto a popolare il mondo con la propria progenìe occhialuta, secchiona e perennemente connessa.

Non voglio attirarmi le ire di alcun hacker, ovviamente, tanto più che il termine stesso è un po’ un jolly, e la “bibbia” dell’urban dictionary lo definisce in modo lapidario:

Una persona esperta nell’uso dei computer che usa i propri talenti per acquisire conoscenza. Esistono tre classificazioni di hacker: White-hat (hacking per il piacere dell’esplorazione) Black-hat (hacking per trovare exploit e punti deboli del sistema, vedi anche cracker) e Gray-hat (qualcuno che è un po ‘entrambi

A dirla tutta, nella mia vita ho incontrato prevelentemente presunti hacker, ovvero persone che dicevano di saper fare questo e quest’altro e che raramente hanno fatto sfoggio delle proprie imprese, per quanto fossero goffe. D’altro canto, di autentici hacker “gentili e buoni” raramente ne ho incontrati: fronteggiamo difficoltà enormi ogni giorno, anche da esperti di sicurezza informatica, ed il rischio di trovarsi il servizio interrotto, il sito bucato e via dicendo sono sempre enormi.

Senza preavviso, da un giorno all’altro, e se non hai il backup a portata di mano sono cavoli tuoi. A parte gli stereotipi alla “War Games“, quindi, in tanti anni di sbattimenti informatici, siti bucati da un giorno all’altro, dati persi e non sempre recuperati e via dicendo difficilmente ho trovato hacker che segnalassero i bug all’amministratore, il più delle volte ti defacciano il sito senza pietà e senza preavviso, ergo la figura dell’hacker “etico” è un essere mitologico che secondo me o non esiste, o quantomeno è molto più rara di quanto possa sembrare.

L’immagine di hacker come simpatici nerd senza vita sociale, e tanta bravura nel fare chissà cosa col computer, magari mentre la mamma prepara da mangiare un succulento piatto di pasta, è – lo ripeto – per quanto mi riguarda fuori dal pianeta. Ci sta “quasi sempre” un sacco gente pronta a fare atti vandalici per il gusto di vantarsene, salvo poi vendersi al migliore offerente, basta che li paghino e lì ogni moralismo sulla corruzione del sistema e sui “sistemi chiusi” e non open-source crolla clamorosamente.

Altro che (per citare un articolo di Repubblica che contribuì molto a questa immagine un po’ irrealistica del mondo dell’hacking) “Gli hacker […] sempre considerati i “puristi” delle tecnologie, disinteressati e un po’ anarchici (sic), per molto tempo diedero la caccia ai bachi informatici (sic) soprattutto per fare sfoggio della propria bravura”.” Ed insistono: “Un hacker che individuava l’errore o la fragilità di un programma di Google (di Google?) poteva rivelarlo (come no) anche gratis (come no) all’azienda produttrice, magari in cambio di un ringraziamento ufficiale sul sito della casa madre beneficiata“: buonanotte.

L’articolo sostiene in altri termini che debba esistere (e ciò avviene probabilmente solo nella mente di chi scrive) una sorta di eroe 2.0, capace di combattere le ingiustizie, di “fottere il sistema” (espressione meravigliosamente anni 90, che salvo solo per spirito folkloristico), di boicottare i classici siti dei “militari americani”. Bisognerebbe leggere il libro su Anonymous di Gabriella Coleman per avere una dimensione più realistica del problema, probabilmente, anche se filtrato dal punto di vista di un’antropologa che non si occuperebbe di informatica, di suo, ma che analizza il problema in modo particolarmente lucido – e insomma, meglio leggerci su qualcosa di sensato, ogni tanto.

Foto di copertina: Sandeep Swarnkar on Unsplash